The Wanderer (1885)

The Wanderer (1885)
Alla fine dell’800 in Gran Bretagna esisteva un tiro a due cavalli chiamato The Wanderer (il vagabondo, il viandante), considerato il precursore dei veicoli ricreazionali, gli attuali caravan e autocaravan. Il dottor William Gordon Stables, un medico di origini scozzesi, commissionò la costruzione di questo veicolo ritenendo la vita itinerante all’aria aperta benefica per la salute, e nel 1885 ricoprì oltre duemila chilometri dalla sua casa di Twyford nel Berkshire per giungere alla città di Inverness in Scozia. A bordo di questi affascinanti veicoli iniziarono così a viaggiare altri gentlemen-gipsies, gentiluomini zingari, dando origine alle prime esplorazioni plenair accompagnate da un indubbio spirito di avventura. Un sogno anche per noi che abitiamo in un mondo (oggi come ieri) costellato da fili spinati, frontiere e burocrazia soffocante. Il mio blog e il libro che ho scritto sono dedicati a quegli uomini come un personale contributo, un inno di libertà, all’utopica libera circolazione degli esseri umani su questo meraviglioso pianeta.

6 luglio 2013

Fede e conoscenza


Molte domande per avere qualche risposta che ognuno di noi può darsi. Mi domando quanti riusciranno ad arrivare alla fine, Fatemelo sapere. Sarebbe importante.

Fede e conoscenza sono legate nel mondo più intimo al desiderio; e forse, se riusciremo ad intendere l’una e l’altra, potremo vedere come operi il desiderio ed intenderne la complessità.
Una tra le cose, a me sembra, che la maggior parte di noi dà per scontate è la questione delle fedi. Non sto attaccando le fedi. Quel che qui tentiamo di fare è scoprire perché si accettino le fedi: e se potremo comprendere i motivi, la concatenazione casuale di quest’accettazione, riusciremo forse non soltanto a comprendere perché lo facciamo, ma anche a liberarcene. Si può vedere come le fedi politiche e religiose, nazionali, e di vario altro tipo, dividano le persone, creino conflitto, confusione ed antagonismo: il che è un fatto ovvio; eppure siamo riluttanti ad abbandonarle. C’è la fede indù, la fede cristiana, quella buddista: innumerevoli fedi settarie e nazionali, diverse ideologie politiche, tutte in lotta l’una con l’altra e tutte ansiose di convertirsi l’un l’altra. Si può vedere, ed è ovvio, che la fede divide la gente, perché crea intolleranza; è possibile vivere senza fede? Lo si può scoprire soltanto se si studia se stessi in rapporto ad una fede. E’ possibile vivere in questo mondo senza una fede: senza cambiare di fede, senza sostituire una fede all’altra, essere insomma interamente liberi da tutte le fedi, in modo da incontrare ogni momento, di nuovo, la vita? Questo, dopo tutto, è la verità: avere la capacità di rincontrare sempre ogni cosa, di momento in momento, senza la reazione condizionante del passato, così che non sussista l’effetto cumulativo che agisce come una barriera tra il sé e ciò che è.
Se considerate il problema, vedrete che una delle ragioni del desiderio di accettare una fede è il timore. Se non avessimo una fede, che sarebbe di noi? Non saremmo atterriti da quanto può accadere? Se non avessimo un modello d’azione, fondato su una fede – in Dio, o nel comunismo, o nell’imperialismo, o in qualche tipo di formula religiosa – se non avessimo un dogma dal quale farci condizionare, ci sentiremmo perduti: non è così? E quest’accettazione di una fede non è forse una copertura del timore: il timore di non essere in realtà nulla, di essere vuoti? Dopo tutto, una tazza è utile soltanto se è vuota; e una mente piena di fedi, di dogmi, di asserzioni, di citazioni, in realtà è una mente non creativa; è puramente ripetitiva. Sfuggire alla paura, la paura del vuoto, la paura della solitudine, la paura del ristagno, del non arrivare, del non riuscire, del non conseguire, del non essere qualche cosa, del non divenire  qualche cosa: questa è, certamente, una delle ragioni, non è così? per le quali accettiamo tanto prontamente e tanto di cuore le fedi. E, attraverso l’accettazione delle fedi, comprendiamo noi stessi? Al contrario. Una fede, religiosa o politica, naturalmente ottunde l’intendimento di noi stessi. Agisce come uno schermo attraverso il quale guardare noi stessi. Ed è possibile guardare a noi stessi senza le fedi? Se rimuoviamo tali fedi, le molte fedi che ciascuno di noi nutre, resta qualche cosa cui guardare? Se non abbiamo le fedi con le quali la mente si sia identificata, allora la mente, senza identificarsi, è capace di guardare a se stessa come è: e in tal caso, senza dubbio, si produce l’inizio dell’intendimento di sé.
In realtà è un problema di grandissimo interesse, questo della fede e della conoscenza. Quale ruolo straordinario esso gioca nella nostra vita! Quante fedi nutriamo? Senza dubbio, quanto più una persona è intellettuale, colta, spirituale, se mi è concesso usare questo termine, tanto minore è la sua capacità di comprendere. I selvaggi hanno innumerevoli superstizioni, anche nel mondo moderno. Chi pensa di più, chi è più vigile, chi è più attento è forse chi meno crede. Ciò perché la fede lega, la fede isola; e constatiamo che è così in tutto il mondo, nel mondo economico e politico, ed anche nel cosiddetto mondo spirituale. Credi che Dio esista, e forse io credo che Dio non esista; oppure credi nel controllo supremo dello Stato su tutto e tutti gli individui, mentre io credo nell’iniziativa privata, e così via; tu credi che vi sia un solo Salvatore e che per suo mezzo si possa attingere la meta; ed io non lo credo. Così tu, con la tua fede, ed io, con la mia, affermiamo noi stessi. Eppure tu ed io parliamo d’amore, di pace, di unità dell’umanità, di un’unica vita: il che non significa assolutamente nulla: poiché in concreto la fede stessa è un processo di isolamento. Tu sei bramino, io non lo sono; tu sei cristiano, io musulmano e così via. Tu parli di fratellanza ed io pure parlo della medesima fratellanza, di amore e di pace; ma in concreto siamo separati, ci dividiamo. Chi voglia la pace e desideri creare un mondo nuovo, un mondo felice, senza dubbio non può isolarsi in alcuna forma di fede. E’ chiaro questo? Può esserlo verbalmente; ma, se vedete il significato e il valore della sua verità, comincerà ad agire.
Vediamo come, ove esiste un processo di desiderio all’opera, debba esservi pure il processo di isolamento attraverso la fede, poiché ovviamente voi credete nell’ordine per sentirvi sicuri economicamente, spiritualmente, ed anche interiormente. Non parlo di coloro che credono per ragioni economiche, perché sono indotti a dipendere dalle proprie attività di lavoro e pertanto saranno cattolici, indù – non importa che cosa – finché potranno continuare. Né parlo di coloro che si aggrappano ad una fede per amor di convenienza. Forse così è pure per molti fra noi: crediamo in certe cose per convenienza. Spazziamo via quelle ragioni economiche, occorre andare più a fondo. Esaminiamo coloro che credono fermamente in qualche cosa, economica, sociale o spirituale; il processo che ciò nasconde è il desiderio psicologico di sicurezza: non è così? E da qui il desiderio di continuare. Non stiamo discutendo se vi sia o non vi sia  continuità; soltanto discutiamo l’esigenza, l’impulso costante a credere. Un uomo di pace, uno che veramente voglia intendere l’intero processo dell’esistenza umana, non può legarsi ad una fede. Egli vede all’opera il suo desiderio come un mezzo per sentirsi sicuro. Per favore, non saltate sulla riva opposta e non accusatemi di predicare l’anti-religione. Non è affatto questo il mio scopo. Quel che intendo è che finché non comprenderemo il processo del desiderio sotto la forma della fede, vi sarà necessariamente competizione, vi sarà necessariamente conflitto, angoscia, e l’uomo sarà contro l’uomo: il che lo vediamo tutti i giorni. Così se percepisco, se sono consapevole del fatto che questo processo assume la forma della fede, che è un’espressione dell’urgenza di sicurezza interiore, allora il mio problema non è se io debba credere in questo o in quello, ma è che devo liberarmi dal desiderio di sicurezza. Può la mente liberarsene? E’ questo il punto: non che cosa credere e quanto credere. Queste sono espressioni della pura urgenza interiore di sentirsi psicologicamente sicuri, di essere certi di qualche cosa, mentre tutto è tanto incerto al mondo.
Può una mente, una mente consapevole, una personalità, liberarsi da questo desiderio di sicurezza? Desideriamo sentirci sicuri e pertanto abbiamo bisogno dell’ausilio delle nostre ricchezze, dei nostri beni e della nostra famiglia. Desideriamo essere sicuri interiormente ed anche spiritualmente erigendo mura di fede, che sono segni di quest’urgenza di sentirsi persuasi. Tu, come individuo, puoi liberarti da quest’urgenza, da questa esigenza di sentirti sicuro, che si esprime nel desiderio di credere in qualche cosa? Se non ci liberiamo di tutto questo, siamo una fonte di competizione, non promuoviamo la pace; non abbiamo amore nel cuore. La fede distrugge; e lo vediamo ogni giorno. Posso vedermi quando sono catturato da questo processo di desiderio, che si esprime nell’aggrapparsi ad una fede? Può la mente liberarsi dalla fede: senza trovarle un sostituto ma affrancandosene completamente? Non potete rispondere verbalmente: “si”, o “no”; ma potrete dare una risposta definitiva se la vostra intenzione è di liberarvi dalla fede. Giungerete allora inevitabilmente al punto di cercare i mezzi per liberarvi da quell’urgenza di sicurezza. Ovviamente non vi è sicurezza interiore che, come vi piacerebbe credere, continui. A voi piace credere che esista un Dio che curi attentamente le vostre meschinissime faccende, dicendovi chi dovreste vedere, che dovreste fare e come. Ma pensare così è infantile e immaturo. Voi ritenete che il Padre stia  a guardare ciascuno di noi. Questa è una pura proiezione di quel che ci piacerebbe personalmente. Ovviamente, non è vero. La verità deve essere qualche cosa di interamente diverso.
L’altro nostro problema è quello della conoscenza. La conoscenza è necessaria per intendere la verità? Quando dico “so”, ciò implica che vi sia conoscenza. Una mente simile può essere capace di investigare e ricercare che cosa sia la realtà? E d’altro canto, cos’è ciò che conosciamo, di cui siamo tanto fieri? Concretamente che cos’è, ciò che conosciamo? Conosciamo informazioni, siamo pieni di informazioni e di esperienza fondata sul nostro condizionamento, sulla nostra memoria e sulle nostre capacità. Quando dite “lo so”, che cosa intendete? O riconoscete che quel che sapete è la sussistenza di un fatto, di qualche informazione, oppure è un’esperienza che avete compiuta.  La costante accumulazione di informazioni, l’acquisizione di forme diverse di conoscenza, tutto ciò viene a costituire l’asserzione: “lo so”; e voi cominciate a tradurre quel che avete letto. Secondo la vostra formazione, il vostro desiderio, la vostra esperienza. La vostra conoscenza è una cosa nella quale è all’opera un processo simile al processo del desiderio. Al posto della fede ponete la conoscenza. “Io so, ho avuto un’esperienza, non la si può respingere; la mia esperienza è questa, su di essa faccio completo affidamento”: sono questi i segni di quella conoscenza. Ma quando andate al di là, quando l’analizzate, quando la considerate con maggiore intelligenza ed accuratezza, trovate che l’asserzione stessa: “io so”, è un altro muro che separa voi e me. Dietro quel muro vi rifugiate, cercando conforto, sicurezza. Perciò, maggiore è la quantità di conoscenza che ingombra una mente, meno essa sarà in grado di comprendere.
Non so se mai abbiate pensato a questo problema, dell’acquisire conoscenza; se la conoscenza in ultima analisi ci aiuti ad amare, a liberarci da quei fattori che determinano conflitto in noi stessi e con i nostri vicini; se la conoscenza mai liberi la mente dall’ambizione. Poiché l’ambizione è, dopo tutto, una della qualità che distruggono il rapporto, che pongono l’uomo contro l’uomo. Se vogliamo vivere in pace fra noi, senza dubbio dovremo por termine definitivamente all’ambizione: non soltanto all’ambizione politica, economica, sociale, ma anche a quell’ambizione più sottile e nociva, l’ambizione spirituale, quella di essere qualche cosa. E’ mai possibile che la mente si liberi da questo processo dell’accumular conoscenza, da questo desiderio di conoscere?
E’ estremamente interessante osservare come nella vostra vita questi due elementi, fede e conoscenza, giochino un ruolo straordinariamente potente. Guardate il culto che tributiamo a coloro che possiedono immensa conoscenza ed erudizione! Potete intenderne il significato? Se trovate qualche cosa di nuovo, se sperimentate qualche cosa che non sia una proiezione della vostra immaginazione, la vostra mente dovrà essere libera, non è vero? dovrà essere capace di vedere qualche cosa di nuovo. Sfortunatamente, ogni volta che vedete qualche cosa di nuovo rimettete in gioco tutta l’informazione che vi è già nota, tutta la vostra conoscenza, tutte le vostre memorie passate; e ovviamente divenite incapaci di vedere, incapaci di recepire qualsiasi cosa che sia veramente nuova, che non sia antica. Vi prego, non traducete subito tutto ciò in dettaglio. Se non so come tornare alla mia casa, mi perderò; se non so manovrare una macchina, sarò ben poco utile. Ma questa è una cosa tutta diversa. Non stiamo parlando di questo. Stiamo parlando della conoscenza impiegata come mezzo di sicurezza, del desiderio psicologico ed interiore di essere qualche cosa. Che cosa ottenete per mezzo della conoscenza? Ottenete l’autorità della conoscenza, il peso della conoscenza, il senso di importanza, dignità, vitalità, ecc. Chi dice “io so”, “c’è” oppure “non c’è”, senza dubbio ha smesso di pensare, ha smesso di investigare l’intero processo del desiderio.
Il nostro problema dunque, quale io lo vedo, è che siamo legati, appesantiti dalla fede, dalla conoscenza; ora, è possibile che una mente sia libera dal passato, e dalle fedi acquisite durante il processo del passato? Comprendete il problema? E’ possibile a me, come individuo, ed a voi, come individui, vivere in questa società eppur restare liberi dalla fedi nella quali siamo stati educati? E’ possibile che la mente sia libera di tutta quella conoscenza, di tutta quella autorità? Leggiamo le varie scritture, i libri religiosi. Essi hanno descritto con grandissima accuratezza che cosa fare, che cosa non fare, come raggiungere la meta e che cosa sia Dio. Tutti lo sapete a memoria, e l’avete perseguito. Questa è la nostra conoscenza, questo è ciò che avete acquisito, questo è ciò che avete imparato: su quel sentiero procedete. Ovviamente quel che perseguite e cercate, lo troverete. Ma è realtà? Non è la proiezione della vostra stessa conoscenza? Non è realtà. E’ possibile rendersene conto ora – non domani, ma ora – e abbandonarlo, in modo che la mente non sia mutilata da questo processo di immaginazione, di proiezione?
E’ capace, la mente, di libertà dalla fede? Potrete liberarvene se comprenderete la natura interiore delle cause che vi hanno fatto aggrappare ad essa, non soltanto i motivi consci, ma anche quelli inconsci, che vi hanno fatto credere. Dopo tutto, non siamo semplicemente un’entità superficiale che funziona solo a livello conscio. Possiamo scoprire le attività più profonde, consce ed inconsce, se offriamo una possibilità alla mente inconscia, poiché essa risponde assai più celermente di quella conscia. Mentre la mente conscia pensa, ascolta e osserva tranquillamente, quella inconscia è assai più attiva, più vigile e più ricettiva; pertanto, essa può avere in serbo una risposta. La mente che sia stata soggiogata, intimidita, forzata, costretta a credere, potrà mai essere libera di pensare? Potrà tornare a vedere, e rimuovere il processo di isolamento tra voi e gli altri? Vi prego, non ditemi che la fede unisce le persone; non lo fa. Questo è evidente. Nessuna religione organizzata l’ha mai fatto. Guardate nella vostra stessa patria. Siete tutti credenti, ma state tutti insieme? Siete tutti uniti? Voi stessi sapete che non è così. Siete divisi in tanti piccoli partiti, in piccole caste: ben conoscete le innumerevoli divisioni. Il processo è il medesimo in tutto il mondo, a oriente e a occidente, cristiani che distruggono cristiani, assassinandosi per meschinissime cose, rinchiudendo persone in campi di concentramento e così via, con tutti gli orrori della guerra. Perciò la fede non unisce le persone, è talmente chiaro! E se ciò è chiaro ed è vero, e se voi lo vedete, allora dovete tenerne conto. Ma la difficoltà è che la maggior parte di voi non vede, perché non siamo capaci di affrontare quell’insicurezza interiore, quel senso interiore di solitudine. Vogliamo qualcosa cui appoggiarci: sia lo stato, sia la casta, sia il nazionalismo, sia un Maestro o un Salvatore o qualche altra cosa. E quando vediamo la falsità di tutto questo, allora la mente è capace – magari temporaneamente o per un secondo – di vedere la verità; anche se è talvolta troppo per essa, ed essa si ritrae. Ma vedere anche per un momento basta; se potete vedere per un attimo, basta; poiché vedrete che si verifica qualcosa di straordinario. L’inconscio è al lavoro. Sebbene il conscio possa rifiutare. Non è un attimo in cui si progredisca; ma quel secondo è l’unica cosa, e produrrà frutto, malgrado la lotta che la mente conscia ingaggerà subito contro di lui.
Così la domanda è: “La mente può liberarsi dalla conoscenza e dalla fede?” La mente non è costituita di conoscenza e fede? La struttura della mente non è conoscenza e fede? Fede e conoscenza sono i processi di identificazione, il centro della mente. Il processo è totale, è conscio e insieme inconscio. La mente può liberarsi dalla propria stessa struttura? Può la mente cessare di esistere? Questo è il problema. La mente, quale la conosciamo, ha dietro di sé la fede, ha il desiderio, l’urgenza di sentirsi sicura, ha conoscenza, e accumulazione di energia. Se, qualunque potenza o superiorità possieda, uno non può pensare a se stesso, nel mondo non potrà esservi pace. Potrete parlare della pace, potrete organizzare partiti politici, potrete gridare dai tetti; ma non avrete pace; perché la base stessa che crea contraddizione, che isola e separa, sta nella mente. Chi ami la pace, chi agisca seriamente, non può isolarsi e nello stesso tempo parlare di fratellanza e di pace. E’ appunto un gioco, politico o religioso, un senso di conquista, un’ambizione. Chi veramente voglia agire seriamente, chi voglia trovare, dovrà affrontare il problema della conoscenza e della fede; dovrà penetrare al di là di esso, scoprire l’intero processo del desiderio nel suo operare; del desiderio di sentirsi sicuri, del desiderio di essere certi.
Una mente che fosse in quello stato, in cui può trovar posto il nuovo – sia esso il vero, sia Dio, o quel che volete – dovrà senza dubbio cessare di acquistare, di accumulare; dovrà metter da parte qualsiasi conoscenza. Una mente soffocata dalla conoscenza non è possibile che comprenda – non vi è alcun dubbio – ciò che è reale, ciò che non è misurabile.

Da “La prima ed ultima libertà” di J. Krishnamurti, capitolo VI, La fede

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