The Wanderer (1885)

The Wanderer (1885)
Alla fine dell’800 in Gran Bretagna esisteva un tiro a due cavalli chiamato The Wanderer (il vagabondo, il viandante), considerato il precursore dei veicoli ricreazionali, gli attuali caravan e autocaravan. Il dottor William Gordon Stables, un medico di origini scozzesi, commissionò la costruzione di questo veicolo ritenendo la vita itinerante all’aria aperta benefica per la salute, e nel 1885 ricoprì oltre duemila chilometri dalla sua casa di Twyford nel Berkshire per giungere alla città di Inverness in Scozia. A bordo di questi affascinanti veicoli iniziarono così a viaggiare altri gentlemen-gipsies, gentiluomini zingari, dando origine alle prime esplorazioni plenair accompagnate da un indubbio spirito di avventura. Un sogno anche per noi che abitiamo in un mondo (oggi come ieri) costellato da fili spinati, frontiere e burocrazia soffocante. Il mio blog e il libro che ho scritto sono dedicati a quegli uomini come un personale contributo, un inno di libertà, all’utopica libera circolazione degli esseri umani su questo meraviglioso pianeta.

22 ottobre 2012

Lavoro, una parentesi di due mesi


Lavoro e precariato sono ormai quasi sinonimi, nonché parentesi invisibili che si aprono e si chiudono senza che nessuno ci possa far niente.
Ho lavorato per due mesi in un contesto biologico, dove tutto era biologico, dal cibo ai detersivi, dalla frutta alla carta igienica, circondato da gente la cui priorità è uno stile di vita salutare che porti a vivere meglio, se non più a lungo, spendendo una discreta cifra di denaro in più con la speranza di risparmiare nel futuro sulle medicine per curare le malattie che derivano da stili di vita meno attenti.
La scienza forse confermerà ma ogni esagerazione rischia di essere inutile e a volte le scelte trovano difficile coerenza nella vita di tutti i giorni che satura le nostre città, dove l’aria è la prima cosa che dovremmo evitare di respirare per magari decidere di vivere lontano dalle aree urbane, immersi davvero nella natura biologica.
In questo contesto credevo comunque di trovare un’etica salutare applicata non solo al cibo ma anche alle relazioni umane, ai ritmi di lavoro, alla gestione delle risorse umane stesse.
Mi sbagliavo.

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